Fra le cose che più sconcertano quando si arriva (dopo un viaggio di mezza giornata in cui si è rimasti relegati su di un aereo) vi è appunto il clima. Il punto non è tanto che quando si parte nel bel mezzo dell'autunno delle nostre parti si potrebbe rischiare lo sconcerto di trovarsi di fronte ad una stagione completamente diversa, no, il nodo della questione è che difficilmente avrete mai sperimentato prima una qualsiasi stagione temperata che vagamente rassomigli quella in cui vi troverete catapultati.
Sarebbe infatti quanto meno riduttivo dare la solita definizione di clima equatoriale caldo-umido, per cui proverò a darne una un po' più pragmatica. Arrivando per la prima volta, normalmente si proviene sempre da un locale climatizzato per cui il primo impatto risulta ancora ulteriormente amplificato. Nel mio caso forse pure il fatto di ritrovarsi improvvisamente con gli occhiali completamente appannati contribuì a darmi una più netta sensazione straniante, ma ciò non toglie che l'umidità che ho percepito appena sceso dal taxi climatizzato a palla sia stato qualcosa che difficilmente potevo dire di aver mai sperimentato prima e con estrema difficoltà credevo di potermi aspettare qualcosa del genere in un ambiente che concepivo completamente aperto!
Provo a descriverla con metafore che mi sono più familiari, ma la sensazione è qualcosa che può essere paragonata all'umidità che si sperimenta in una sauna e con una temperatura dell'ambiente che corrisponde all'incirca a quella che ci si aspetta in un ambiente domestico artificialmente riscaldato, cioè stando vicino ad un termosifone o ad una stufa (la temperatura media è 27 °C).
Nel mio caso queste impressioni sono state in parte rafforzate dall'essere arrivato con un meteo tutt'altro che ideale. La situazione già a Singapore in aeroporto si era presentata critica: un cielo persistentemente annebbiato e la stranezza di un sole che appariva come un astro rossastro tale e quale è usualmente al tramonto e che a fatica filtrava nonostante fosse già alto a metà mattina. Solo in seguito dalle gente del luogo mi fu additata la causa di tutto ciò col fatto che, nella dirimpettaia isola di Sumatra, gli indonesiani hanno spesso il problema degli incendi dolosi appiccati per distruggere la foresta.
Fatto sta che arrivato in albergo la situazione che mi si presentava era quella di una nebbia solo lontanamente parente di quella padana che conosco: questa che loro definiscono
haze a differenza della mia autunnale (che col senno di poi riconosco più fredda che umida), era una coltre giallastra che alla lunga lasciava un irritazione acida in gola e che soprattutto non riuscivo a concepire come potesse nella sua morsa essere così calda ed estiva, quasi pericolosamente accogliente. Tutto ciò appariva inconcepibile a uno come me, invece, abituato a vedere la nebbia di per sé intimamente legata al freddo dell'inverno.
Fortunatamente questa sfortunata contingenza legata al periodo dell'anno si protrasse solo per la prima settimana, di cui per forza di cose non ho un ricordo bellissimo. Forse complice la nebbia soffocante e la completa immersione nel traffico caotico del tragitto per l'impianto industriale dove ero richiesto, in questa prima settimana notai quanto meno solo minimi e sparuti segni di vita al di fuori del brulichio di esseri umani.
Vero che in un ambiente fortemente antropizzato quale può essere un impianto industriale non ti aspetti di trovare chissà quale vita, ma essendo ai tropici mi aspettavo un'attività degli insetti elevata che invece assolutamente non notai: in quella settimana vidi qualche rara e isolata formica solo nelle piccole bordure sul perimetro dello stabilimento e un'attività generale sull'asfalto che dir sparuta è tanto! In generale ebbi quasi l'impressione che il meteo sfavorisse persino loro nell'uscire allo scoperto. La cosa in assoluto che considerai più strana, però, fu l'assenza più totale di ditteri: in ambiente urbano non ebbi mai modo di incontrare una mosca, anche una soltanto, e lo stesso vale per le zanzare la sera, che al contrario visto il caldo umido mi sarei aspettato onnipresenti.
L'unica spiegazione che mi son dato è che la causa fosse l'elevato inquinamento dovuto allo smog delle migliaia di auto che attraversano senza sosta le strade a 3-4 corsie per senso di marcia e probabilmente l'uso intensivo di insetticidi in città. Sin dai primi giorni mi aveva impressionato come, percorrendo il perimetro dell'albergo, si potesse talvolta incappare in un fumo che percorreva tutta la siepe fino ad un omino che, completamente imbragato e con il suo bombolone sulle spalle, aveva il compito di fumigarla per ben bene tutta. Mi torna in mente un altro aneddoto al riguardo, in uno degli ultimi giorni mi capitò perfino di vedere un palazzo intero (un mega-condominio di almeno una dozzina di piani, neanche troppo brutto per la verità e sicuramente molto più recente di tanti di quelli che vedo nelle nostre città) completamente avvolto in un tale fumo, che sulle prime pensai stessa andando a fuoco nei piani alti, mentre invece era sempre una delle loro solite ed ampie fumigazioni.
Operaia maggiore (maior) di un genere ben comune anche da noi, che protegge l'ingresso di un nido situato dentro al terreno di una piccola bordura in ambiente fortemente antropizzato. La specie in questo caso dovrebbe essere Camponotus paria, molto comune in ambiente urbano e caratterizzata dalla parvenza argentata, a causa di una fitta e microscopica peluria analoga a quella dei nostrani Myrmosericus.
Ponerinae è una sottofamiglia che ha molti esponenti negli ambienti tropicali, molte specie sono di grosse dimensioni e molto comuni a differenza di quanto accade da noi. L'operaia fotografata è purtroppo mossa a causa della sua estrema rapidità di movimento, ma mi è stato possibile riconoscerla come Odontoponera denticulata.
Comunque tornando agli sparuti incontri di carattere mirmecologico dei primi giorni, nelle bordure dello stabilimento notai quello che a tutti gli effetti mi pareva un Camponotus dall'aspetto sericeo e alcune grosse, solitarie e piuttosto veloci Ponerinae. In realtà quando il meteo migliorò, nelle settimane successive, in questo ambiente fortemente urbanizzato osservai anche un altro paio di specie.
Un cosiddetto "tributo ai puntini in movimento nei video" (purtroppo la compressione ulteriore di youtube peggiora molto la visibilità): queste formiche sono piccole e comunque poco visibili se le si vuole mostrare in un comportamento di gruppo, ma prestando particolare attenzione è possibile notare movimenti concentrici apparentemente casuali di più individui. Non è un caso che la prima cosa che possa sorgere in mente sia la definizione crazy ants, la specie in questo caso si è rivelata essere la famigerata Paratrechina longicornis infestante tropicale in ambienti urbanizzati ormai quasi a livello globale.
La prima più appariscente nei numeri (per fare un confronto più vicino a noi, socialità e numeri sviluppati quanto le Tapinoma e comportamenti simili) che talvolta vedevo creare lunghissime file, non belle dritte ma alquanto disordinate, di formichine nere veramente piccole: dimensioni circa 1-2 mm con le zampe lunghe abbastanza da farle apparire appena più grandi, ma che al contempo ne esacerbavano la corporatura esile e apparentemente fragile.
Altra specie infestante facilmente rinvenibile in ambiente urbano e considerata alla stregua della precedente, la specie in questo caso è Anoplolepis gracilipes genericamente denominata yellow crazy ants a causa della proliferazione alloctona analoga alla precedente.
La seconda invece una formichina grande circa il doppio della precedente, sempre altrettanto esile e fragile ma di un bel colore aranciato pallido, che pur sembrando avere operaie più distanziate e solitarie, comunque batteva ogni muretto al pari dell'altra per quanto mostrando numeri notevolmente inferiori.
Fuori dalla zona industriale la città comunque offre ambienti abbastanza appetibili per una certa biodiversità. Su questo piano una delle cose che nettamente sconvolge quando si percorrono i viali alberati è cosa sia in realtà il concetto di albero a queste latitudini. Si può letteralmente sentire impallidire il ricordo dei nostrani mirabolani (
Prunus cerasifera), aceri (
Acer campestre), tigli (
Tilia cordata), bagolari (
Celtis australis), come se si riducessero al rango quasi di cespugli; dopo aver visto i tropici si potrebbe addirittura osare dire che perfino un ippocastano (
Aesculus hippocastanum), un platano (
Platanus orientalis) o una grossa quercia (
Quercus robur) possono sembrare degli alberi non così degni di nota, se confrontati agli esemplari maggiori presenti a tali latitudini equatoriali.
Pokok Sena (Pterocarpus indicus), è un albero autoctono molto piantumato lungo i viali della metropoli in ambiente urbano (in realtà è pianta considerata vulnerabile a causa della riduzione del suo ambiente naturale) può arrivare tranquillamente a 30 metri d'altezza e il suo legno non viene attaccato dalle termiti, notavo spesso i suoi frutti secchi per terra che sfruttano un sistema di dispersione aerea identico a quello dell'Olmo, con l'unica differenza che in questo caso il seme è di 2-3 cm di diametro e il disco alare di 4-6 cm.
L'albero tipico di un viale è un “qualcosa” che ha un tronco per lo meno di due metri di diametro e che da noi incuterebbe un rispetto monumentale, oltre a questo, e quasi altrettanto sconcertante, è il fatto che ciascun albero risulta essere ospite, come minimo, per almeno una mezza dozzina di altre specie vegetali che scelgono: se infilarsi fra le cavità della sua corteccia, arrampicarsi a stolone lungo i suoi rami, acquattarsi su in cima ad una biforcazione e sbocciare in un calice di foglie abbraccianti, spuntare ad una decina di metri dal suolo e poi ridiscendere con le radici a penzoloni verso il basso e così via senza soluzione di continuità, creando un ammasso complesso e inestricabile che credo costituirebbe, non solo il nirvana per il più mite dei botanici, ma certamente una visione estasiante per chiunque si appassioni ai sistemi biologici!
Le foglioline nastriformi che ricoprono questo tronco appartengono a una delle felci epifite (Pyrrosia sp.) che osservavo più di frequente sugli alberi nei viali, la pianta in sé sembrava molto semplice e costituita da un paio di foglioline semplici, prodotte da un singolo nodo radicante sviluppato su uno stolone, ma questo come una rete connetteva tutte le altre presenti e imbrigliava il tronco ospitante.
In questo particolare di una chioma, in realtà le foglie che appartengono realmente all'albero sono la minoranza e corrispondono a quelle più verdi chiare dei rametti al centro, poco più in basso e sulla destra si può notare ben isolato un esemplare di felce a foglia liscia (Asplenium sp.), invece sui rami molte delle foglie frastagliate sono di un altra specie di felce epifita (Drynaria cf. quercifolia) e se si nota ci sono anche quelle marroni e secche che ricoprono la parte inferiore dei rami (la differente forma fra le foglie basali secche e quelle principali è caratteristica del genere Drynaria).
Visione da vicino di una delle specie di felci epifite (Asplenium cf. australasicum) che frequentemente si sviluppano a partire dalle cavità presenti sui rami e che si sviluppano come una pianta vera e propria anche se caratterizzate, come molte epifite, da apparato radicale poco appariscente.
Varie piante (come quelle del genere Ficus) producono normalmente lunghe radici aeree grazie alla forte umidità ambientale presente comunemente a queste latitudini, ma anche alcune epifite talvolta producono radici cascanti.
La ragione di questa fierezza vegetale e di una certa “pressione irruente a crescere” che, perfino nel contesto più urbano della metropoli, si percepisce sempre e ben presente sullo sfondo, è legata al fatto che dove recentemente si è fatta spazio la città, c'è sempre stata la foresta pluviale mai soggiogata a vincoli di sorta. Anche la più piccola area dismessa, se non riempita di pietrisco od altra rottura di cantiere, ritorna con calma e costanza ad essere terra di conquistata delle specie vegetali, che in questa parte di mondo non conoscono pause vegetative, né danno alcun significato alla stagionalità che invece per noi dei climi temperati e agli antipodi è consueta ed ovvia.
Mi risulta difficile ancora adesso dare un'idea di quello che si percepisce direttamente là riguardo al vigore delle specie vegetali: è una cosa che lascia un po' spiazzati la prima volta che vi ci si trova a contatto, proprio per mancanza di riferimenti alle nostre latitudini temperate.
Provo quindi a fare qualche contrapposizione con ciò che si può aver a che fare qua da noi e che possa dare un'idea più concreta e tangibile ai più. In fondo qualcosa di tropicale c'è anche nelle case occidentali: le comuni piante da appartamento.

Qua e là in Malesia può capitare di avere una visione familiare, un
deja vu, che alla familiarità aggiunge qualcosa di insolito: magari rammenti per un attimo la piantina di potos (
Epipremnum aureum) che ti occupa a malapena una mensola nel tuo appartamento italiano, mentre passi davanti alla stessa specie che ai tropici assume le proporzioni di un edera gigante che abbraccia un albero intero e mostra foglie ampie una trentina di centimetri!

Altra pianta comunemente coltivata in appartamento per il fatto che non aumenta troppo di dimensioni è quel piccolo alberello che sviluppa una fitta chioma di foglie palmate e composite (
Schefflera arboricola), normalmente tenute in vaso in casa crescono con una lentezza incredibile: di norma resta un alberello alto appena più di un metro, persino dopo svariati anni, e raramente ho visto esemplari ben coltivati superare l'altezza di un essere umano. Questo ovviamente non vale nel clima caldo e umido equatoriale, anche qua è un alberello ornamentale, ma coltivato nelle bordure raggiunge dimensioni proprio inaspettate, come farebbe un comune albero nei nostri parchi.

Un ultima ben nota pianta da appartamento che mi è capitato di vedere coltivata nei parchi è la comune
Dieffenbachia amoena.
Non è un caso che a parte la prima citata queste non siano piante autoctone, perché almeno nella mia esperienza, da queste parti oltre alle piante da foresta tropicali spontanee della zona è comune vedere coltivate piante da clima tropicale ma provenienti da altre parti del mondo.
Mercato locale malesiano in cui viene messa in mostra frutta tropicale di produzione per lo più locale.
L'interesse non è limitato alle piante ornamentali piantate nei parchi ma assume una vesta pragmatica ed una certa importanza economica soprattutto nel caso delle piante da frutto e di sfruttamento agricolo. Non è raro perciò vedere crescere nei piccoli giardini domestici anche gli steli dritti e spogli eccetto in cima della Papaia. D'altronde la frutta è una delle risorse più tipiche di questo paese e sicuramente anche un palato non abituato alla cucina orientale può certamente gioire per le abbuffate di frutta tropicale matura che si possono fare per iniziare la giornata o in un qualsiasi altra pausa da spuntino. Provo a fare una accennata rassegna sicuramente non esaustiva ma che può rendere un poco l'idea della frutta che si può comunemente assaporare.
Svariate varietà di banana tipicamente reperibili in Malesia.
Partendo da frutta comune anche da noi, non si può non nominare la banana (
Musa acuminata) dato che è specie autoctona del sudest-asiatico. Ho incontrato spesso queste palmette che crescono spontaneamente ai bordi della foresta o dove la copertura arborea si dirada un minimo, le varietà di frutto che si trovano nei mercati locali sono a frutto medio e meno arcuate e grandi di quelle vendute per il mercato occidentale ma il sapore non si discosta molto.
In primo piano sulla destra, frutti di pumilo (Citrus maxima) che rappresenta l'agrume dal frutto più grande. Subito dietro: ananasso, guava, dragon-fruit. Sulla sinistra comuni pere, mele e arance che generalmente sono importate dalla Cina o altri paesi dell'area pacifica.
Un altro frutto comune anche da noi e altrettanto anche qua è l'ananasso (
Ananas comosus), bromeliacea domesticata da millenni in sudamerica, che nelle varietà asiatiche ho notato avere frutti un po' più piccoli più cilindrici che ovoidali, con ciuffo più ridotto e tassellatura più fitta e dalla polpa quasi bianca; il sapore è meno zuccherino di quelli che arrivano sulle nostre tavole a natale ma altrettanto dissetante.
Molto apprezzate dalla popolazione e comunemente coltivate anche qua, sono tutte le cucurbitacee, che definiscono genericamente
watermelon e
honeydew melon in inglese, che altro non sono che le comuni angurie (
Citrullus lanatus) e i meloni (
Cucumis melo): entrambi ugualmente familiari rispetto a quelli nostrani, accenno solo che delle prime si possono trovare spesso in varietà a polpa gialla (mai viste da noi e lascia un po' straniti in effetti vedere angurie identiche come dimensioni alle nostre ma gialle), mentre i secondi sono riconducibili tutte a varietà con polpa bianca (simili alle varietà che si usano più in Italia centromeridionale e che maturano in tardo autunno/inverno).
Altri frutti per noi comuni ma da loro meno consumati perché generalmente importati dalla Cina o climi più temperati dell'area pacifica sono arance, mele e pomi simili.
In primo piano un banchetto con una varietà di papaia a frutto relativamente piccolo (la prima foto del mercato mostrava frutti di dimensione molto maggiore), sullo sfondo arance e altri pomi di importazione.
Passando invece a frutta più tipicamente tropicale, anche se di origine sudamericana, la regina come popolarità è appunto la
papaia (
Carica papaya), frutto allungato dalla polpa soda (simile a un melone come consistenza) e dal sapore molto delicato e appena dolce, che qui si trova con numerose varietà dalle dimensioni anche piuttosto consistenti (maggiori di quelli che arrivano raramente sui nostri mercati).
Diverse varietà di mango con frutti verdi probabilmente più acerbi e altre gialle più mature, in primo piano mazzi di frutti longan.
Dall'altro lato, originario dell'India, come degno re, c'è secondo me uno dei frutti più buoni in assoluto, cioè il
mango (
Mangifera indica) che qui si può trovare in decine di varietà con frutti più o meno grandi, più o meno allungati o ricurvi e che vengono usati con polpa più o meno matura e più o meno colorata. Infatti se lo si mangia a maturazione completa la polpa è dolcissima e liquescente, generalmente lo si gusta molto bene se trasformato come succo dissetante in uno degli esercizi detti fruit bar che li forniscono ai bordi delle strade (qualsiasi succo di frutta che avrete gustato prima impallidirà al confronto), tuttavia lo si può utilizzare anche come green mango cioè in uno stadio più acerbo in cui la polpa è molto più soda e la nota acidula mischiata a quella leggermente zuccherina ad inizio maturazione, dà un interessante bilanciamento fra freschezza e sapore. Sotto questo aspetto, andrebbe aperta un'immensa parentesi sul fatto che nelle varie cucine asiatiche non ci sono certe demarcazioni più sentite da noi (anche se alcune eccezioni le potrei trovare perfino nella mia tradizionale cucina emiliana) sugli accoppiamenti di sapori, perciò non è un raro che il mango (o altra frutta) finisca come nota di accompagnamento di un piatto di carne, o addirittura come ingrediente principe della famosa insalata o perfino come fine pasto da gourmet se disidratato e affumicato. Altrettanto comune nei buffet alla cinese è il
longan (
Dimocarpus longan), frutto delle dimensioni di una noce con buccia secca e sottile, facile da sfilare e che protegge una polpa biancastra simile al
litci (
Litchi chinensis) sia come consistenza carnosa che sapore dolce e aromatico. Entrambe le piante sono originarie dell'asia tropicale.
Tornando un attimo al discorso dei fruit bar, tra i vari succhi che si possono apprezzare c'è quello del cocco (Cocos nucifera), certo ti svuotano un frutto intero e perciò c'è parecchio da bere, inoltre è un succo un po' grasso e sostanzioso, però è buon modo per ristorarsi dopo una lunga camminata ed il retrogusto è abbastanza rinfrescante, probabilmente perché svuotano frutti verdi e non completamente maturi (al riguardo va detto che in questi frutti vi è in genere uno strato sottilissimo di polpa, per cui ho il dubbio che potrebbe anche essere una varietà particolare per tale usi).
A partire dal primo piano i frutti del drago di colore rosso carico e dalla particolare forma, appena dietro i grossi frutti della guava, poco davanti agli ananassi.
Un altro frutto che amano consumare come succo è la
guava (Psidium guajava), pianta di origine centro-americana che produce dei frutti tondeggianti con buccia rugosa e verdastra, la polpa piuttosto croccante si può mangiare tagliata in maniera simile a come noi consumeremmo una pera e per sapore vi rassomiglia molto alla lontana. Sempre di origine centro-americana vi è il variopinto frutto del drago (Hylocereus undatus), prodotto da una appartenente alle Cactaceae. La buccia del frutto gli dà la vaga somiglianza di un turgido carciofo rosso che se tagliato mostra una polpa bianca di consistenza un po' più morbida di un melone e contenente una miriade di piccoli semi come il kiwi (Actinidia chinensis), il sapore è poco marcato e leggermente dolce.
La polpa della giaca (jack-fruit) viene estratta da un sincarpo che raggiunge dimensioni ragguardevoli (uno dei più grandi al mondo): qui si può vedere al centro la parte commestibile arancione già riposta in buste per la vendita, mentre sulla destra restano le bucce svuotate a dare un'idea della dimensione complessiva del frutto.
Alcuni frutti originari dell'Asia tropicale, però, sono piuttosto differenti dalla consuete drupe e pomi, uno di questi è la
giaca (
Artocarpus heterophyllus), frutto di un albero appartenente alle Moraceae (parente cioè di gelso e fico, non di rovi e lamponi), che produce una grossa e ovoidale infruttescenza multipla, una specie di mora protetta esteriormente da una buccia coriacea esterna, al cui interno la parte commestibile è il sottile involucro che avvolge i grandi semi. Questa arillo carnoso ed elastico, spesso circa mezzo centimetro, diventa arancione a maturazione e assume sapore dolciastro e aroma vanigliato difficilmente paragonabile a frutti nostrani.
Altro frutto dalla forma particolare a creste stellate è la
carambola (
Averrhoa carambola), frutto di albero appartenente alle Oxalidaceae (parente dei erbe come i trifogli, che producono infatti capsule di forma rassomigliante per quanto molto più piccole), il frutto nei centri commerciali si trova denominato
star-fruit perché la sezione ha appunto la forma di una stella a cinque punte, la buccia lucida molto sottile è verde acceso o appena brunastra, non si separa dalla polpa che è molto succosa. Il sapore acido con un retrogusto rassomigliante il salato è qualcosa che potrebbe quasi essere una metafora zen, semplice e complesso al contempo tale da rapire la mente perfino in dissertazioni filosofiche.
Ultimo frutto che cito per una sua celeberrima particolarità, ma che non ho potuto apprezzare dato che si raccoglie solo al termine della stagione più asciutta, è il
durione (
Durio zibethinus): una gigantesca noce irta di spine che contiene all'interno una polpa paglierina dall'ottimo sapore. Il frutto è tipico di queste regioni e molto apprezzato, tuttavia il frutto maturo ha un odore particolarmente penetrante e intenso, poco gradevole per chi non vi è abituato: per tale ragione è comune trovare in luoghi pubblici o negli ingressi degli alberghi, cartelli ben chiari in cui si prescrive fra i vari divieti anche quello di non introdurre
durian in tali luoghi chiusi.